Dopo mezzo secolo, Mediobanca scopre il mercato

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Toh, chi si rivede: il mercato. Il 2013 segna la data storica in cui Mediobanca sacrifica il salotto al business. Anche perché, come ha detto il ceo Alberto Nagel in conferenza stampa, “l’immagine del salotto buono è datata alla metà degli anni Novanta”.

E allora, in funzione dello svecchiamento, via le partecipazioni cosiddette di sistema e alleggerimento della posizione nel feudo Generali, dove è prevista la discesa dal 13 al 10 per cento del capitale. E fuori anche dai patti di sindacato, un’altra cosa brutta e d’antan, che annacqua il principio secondo cui chi mette soldi in una società ha diritto di partecipare alle sue decisioni. Un sereno tradimento al principio affermato a suo tempo da Enrico Cuccia, secondo cui i voti non si contano ma si pesano, che la dice lunga su quanto Nagel voglia emancipare Mediobanca dai retaggi del passato.

Benissimo. Peccato che, paradossalmente, il ritorno al mercato non è piaciuto proprio al mercato, che ha punito il titolo con un tonfo di oltre il 9 per cento in Borsa. Nagel ha minimizzato, invitando sostanzialmente ad aspettare che gli analisti rifacciano i loro calcoli sulla base del nuovo business model e aggiornino i target price. E va detto peraltro che il titolo era salito in precedenza, proprio sulle aspettative legate al piano industriale.

Ma forse il punto è un altro. Mediobanca è stata sempre una creatura strana, fin dai tempi di Cuccia, master of puppets delle sorti della finanza e dell’imprenditoria italiana. Così strana che i cronisti finanziari di altri Paesi facevano un po’ di fatica a capire come mai nel colosso Generali non potesse muoversi foglia senza il placet di quella che a occhi forestieri pareva solo una “piccola” banca (attualmente poco meno di 4 miliardi di capitalizzazione, contro i 21 della sua controllata triestina).

Senza perdere tempo dietro alle beghe di Rcs e allo spinoso dossier Telecom Italia, si spera che Mediobanca ottenga buoni risultati da questa strategia di rifocalizzazione sul business bancario. E che, insomma, reagisca bene alla prova del mercato. Ma sicuramente non sarà più la stessa. Diventerà una normale banca quotata, di quelle per cui i giornalisti finanziari dovranno perdere la vista spulciando bilanci, anziché affannarsi a intercettare rumour e a ricostruire intrecci più o meno incestuosi con altri gruppi. Peccato, è stato divertente, finché è durato.

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