Archivi categoria: Poltrone bollenti

Pirelli, Gori fuori. Tronchetti avvia l’era del “ghe pensi mi”

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Francesco Gori, come avevo anticipato su questo blog, ha rassegnato le sue dimissioni da Pirelli. Ha firmato un patto di non concorrenza di tre anni: il che vuol dire che non potrà essere assunto – che so io – da Michelin o da altri competitor del gruppo milanese. Un peccato, perché sicuramente a molte società di pneumatici non sarebbe dispiaciuto potersi avvalere della sua bravura ed esperienza.

Sul motivo delle dimissioni il comunicato di Pirelli glissa. Mentre il numero uno Marco Tronchetti Provera ha dichiarato che “dopo il riassetto organizzativo degli ultimi tempi, che ha portato ad accorciare la catena di controllo all’interno dell’azienda, è chiaro che il ruolo che aveva il dottor Gori gli andava un po’ stretto”.

E in effetti basta un’occhiata a come sono state riorganizzate funzioni e deleghe per capire che Tronchetti deve aver deciso di tornare dominus incontrastato della gestione del gruppo: si parla di un “ulteriore accorciamento della catena decisionale” con il “superamento dell”Executive Office” (= niente ad) e la “contemporanea creazione di due nuovi ruoli a diretto riporto del presidente e chief executive officer, Marco Tronchetti Provera”, ovvero il  chief technical officer, detto anche “cto” (acronimo da scongiuri) e il chief  commercial officer (cco).

Quanto alle previsioni sull’andamento del gruppo, nella nuova era tronchetticentrica, c’è da sottolineare che gli obiettivi sono stati rivisti leggermente al ribasso. Ma sono tempi duri per tutti. Il titolo Pirelli prima e dopo l'annuncio dei dati

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Pirelli, Gori in uscita

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Francesco Gori, direttore generale tyre & parts di Pirelli e amministratore delegato di Pirelli Tyre, è in uscita dal gruppo. La voce circola da tempo, e con maggiore insistenza negli ultimi giorni: le dimissioni dovrebbero essere questione di ore.

Già verso la fine dello scorso anno il presidente Marco Tronchetti Provera aveva accentrato su di sé alcune importanti deleghe prendendo la supervisione diretta dei mercati auto, Europa, Russia e la linea Pzero moda.

Il fiorentino Gori, 60 anni tra qualche giorno, una laurea con lode in Economia e commercio all’università di Firenze, era in Pirelli dal lontano 1978: una vita professionale intera. Dopo l’uscita da Telecom e lo spin-off delle attività immobiliari, aveva aiutato la nuova Pirelli a concentrarsi sull’industria e ritornare agli antichi fasti.

Oggi la Bicocca resiste tenacemente alla crisi, aggiorna al rialzo i target del piano industriale, è la cocca degli analisti (recentemente Morgan Stanley l’ha inserita nella lista dei “nifty fifty europei”).

E Gori se ne va. Iscritto a bilancio nel 2011 c’è un bonus triennale per lui da 7,1 milioni, più 3,1 milioni di stipendio. A bilancio nel 2012 sarà iscritta la sua liquidazione.

Il senso di Franco per la poltrona

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Qualcosa bolle  in pentola per il presidente e ceo di Telecom Italia, Franco Bernabè? L’argomento non sembra tra i più caldi in un momento in cui le cronache finanziarie sono monopolizzate dall’affaire FonSai, ma vale comunque una riflessione, quanto meno per una serie di circostanze che hanno acceso la mia curiosità.

La prima è stata la sua partecipazione a Ballarò e l’intervento in difesa dell’art. 18. Il top manager non è tra gli  habitué del salotto di Floris e in generale non ama la sovraesposizione mediatica (durante i primi tempi del suo secondo approdo in Telecom Italia aveva imposto all’ufficio stampa un profilo talmente riservato che era diventato difficile perfino sapere a che ora si sarebbero svolti i cda). E il suo discorso sulle criticità del mercato del lavoro – piccola parentesi: in Telecom in questo momento vigono i contratti di solidarietà  – aveva una nota inusuale rispetto alla retorica bernabiana, che alle perversioni retropensieristiche della sottoscritta suonava come la ricerca di un endorsement politico. Visto che il board di Telecom è stato rinnovato solo lo scorso anno, mi sono chiesta: è saltata fuori qualche nuova poltrona appetibile negli ultimi giorni?

La seconda circostanza curiosa è stata la lettura di un articolo di Francesco Bei su Repubblica che ventila la possibilità che il governo di Mario Monti stia valutando la candidatura di Bernabè, in alternativa a quella di Claudio Cappon, per sostituire il dg della Rai Lorenza Lei nell’ottica di una più ampia riforma della governance della televisione pubblica, per la quale la bruttezza di quest’ultimo festival di Sanremo e le polemiche su Adriano Celentano sono solo la punta del’iceberg.

Una serie di voci, rigorosamente non confermate, hanno ulteriormente alimentato le mie curiosità. Si dice infatti che Bernabè ci sia rimasto male quando Mario Monti ha messo in piedi il suo governo di tecnici e supermanager senza dargli nemmeno un colpo di telefono. In fondo lui è un ex boiardo di stato, ex banchiere, top manager stimato, abituato a muoversi in acque tempestose e spesso chiamato a mettere una pezza sui casini fatti da altri.

Non a caso, si dice anche che gli abbiano offerto lo scranno in Finmeccanica, dove anche la poltrona di Orsi – che dopo l’uscita di scena di Guarguaglini somma il ruolo di presidente a quello di ad – sembra traballare per l’eccessiva contiguità con la precedente presidenza. Bernabè avrebbe rifiutato: la situazione è decisamente spinosa dopo gli scandali che hanno colpito il colosso della difesa, e il top manager deve aver pensato che non sia saggio infilarci il naso.

Anche perché l’esperienza Telecom gli ha certamente insegnato che certi carrozzoni sono difficili da riformare. E dire che al suo debutto (bis, la prima volta che aveva guidato la compagnia telefonica era finita con Colaninno e i capitani coraggiosi che gli sfilavano la poltrona) aveva ben sperato di poter far tornare Telecom ai vecchi fasti: come si può leggere in questo mio vecchio articolo,  aveva fatto tante promesse al mercato, vaticinando l’apprezzamento delle azioni e il  ritorno alla crescita esterna. Il copione, come sappiamo, è stato ben diverso.

Il titolo langue oggi a 0,81 euro (viaggiava intorno ai 2,2  quando Telco ha rilevato il pacchetto in mano alla Olimpia di Marco Tronchetti Provera), anche se è vero che dal punto di vista finanziario la società è molto più solida e ha fatto grandi sforzi per mettere in sicurezza il suo enorme debito. Ma anche questo ha avuto un prezzo: mentre gli altri colossi proseguivano nelle loro campagne espanionistiche, in Telecom le dismissioni sono andate avanti anche nell’era Bernabè (ora oltre all’Italia  gli unici mercati – per quanto interessanti – sono il Brasile e l’Argentina). Senza contare la delusione di chi sperava in azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori della passata gestione, mai avviate (e lo stesso rapporto affidato a Deloitte, di cui ho potuto visionare una parte, mi è parso un’occasione sprecata: gli esperti di Deloitte hanno avuto molte limitazioni nella ricerca, si tratta più o meno di una collezione di aspetti già inseriti negli atti giudiziari).

Un bilancio in chiaroscuro, in definitiva. Forse per questo Bernabè adesso potrebbe avere interesse a lanciarsi in nuove, più stimolanti, avventure.