In attesa del prossimo downgrade

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Il Dow Jones è ai massimi di sempre, lo Standard & Poor’s 500 ha raggiunto il top intraday di ottobre 2007 (prima che il  crac Lehman ci consegnasse tutto un altro mondo). Anche nel Vecchio Continente il Ftse 100 accarezza l’idea di segnare un massimo storico, senza contare che il Vix è sceso ai minimi da aprile 2007.

In uno scenario del genere, fa tristezza guardare Piazza Affari languire a valori inferiori di due terzi a quelli toccati al proprio massimo storico nel 2007. Certo, si tratta di una debolezza condivisa con quella di altre Borse dell’Europa periferica, ma come consolazione non è un granché.

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Anche perché nel frattempo anche i Btp hanno polverizzato il vantaggio accumulato nei confronti dei Bonos spagnoli, con lo spread tra i due decennali che si è ridotto appena a una decina di punti base: il trend era stato peraltro anticipato nei giorni scorsi dalla performance dei Cds, con il superamento dei credit default swap quinquennali spagnoli da parte degli italiani. Segno che stanno tornando i tempi (estate e autunno 2011) in cui l’Italia veniva percepita come meno solida di un Paese che in realtà ha un tessuto industriale ben  più debole. All’epoca era l’impasse politico a spaventare i mercati. Come oggi, del resto.

E nel ricordare il balletto di dichiarazioni dei giorni scorsi sulla sostanziale irrilevanza del downgrade di Fitch (sulla quale si potrebbe anche concordare) viene in mente che ha ragione l’Ft, quando dice sulla Lex che i politici italiani dovrebbero badare di più al  merito di credito del Paese, visto che siede su una pila di debito pubblico da 2mila miliardi. Anche perché, archiviata pure la fastidiosa nota di Fitch e le sue osservazioni sullo scomposto risultto elettorale e sui brutti indicatori economici, resta una domanda da porsi: a quando il prossimo downgrade?

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Azioni di responsabilità, Telecom come Ponzio Pilato: il cda se ne lava le mani

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Tipi strani, i consiglieri Telecom. Ieri pomeriggio, il cda chiamato a decidere su eventuali azioni di responsabilità nei confronti di Riccardo Ruggiero (ex ad) e Carlo Buora (ex vicepresidente) ha preferito compiere una scelta pilatesca. Quella di cambiare l’ordine del giorno dell’assemblea in agenda per il prossimo 18 ottobre e chiedere, anziché l’approvazione sulle azioni di responsabilità, quella sulle proposte di transazione presentate dagli ex vertici. Le proposte prevedono che Buora paghi al gruppo un milione di euro (per le vicende relative alla security) e Ruggiero un milione e mezzo (per la faccenda delle SIM false, per la quale il manager è stato peraltro rinviato a giudizio in un procedimento penale).
Questo vuol dire che, dopo la prescrizione della possibilità di agire contro l’ex numero uno Marco Tronchetti Provera, che tanto aveva indisposto i piccoli azionisti, non ci saranno conseguenze nemmeno per Buora e Ruggiero (a parte l’alleggerimento del portafoglio, ovviamente)?
Non è affatto detto. Perché il cda ha contestualmente deciso che, se sulle transazioni dovesse arrivare voto contrario da parte di un numero di azionisti che corrisponda almeno al 5% del capitale sociale, si procederà “in via subordinata” alle azioni di responsabilità.
Suvvia, un 5% di azionisti imbufaliti non sono così difficili da trovare: solo con i fondi sopra il 2%, Blackrock e AllianceBernstein, si arriva a ridosso di questa soglia. Possiamo quindi ipotizzare che le possibilità che l’azione si faccia sono abbastanza elevate.
E allora perché deliberare a favore delle transazioni? Decidere subito di chiedere all’assemblea un placet alle azioni di responsabilità sarebbe stata una mossa più dignitosa, davanti al mercato, tanto più dopo le polemiche suscitate in passato dalla scelta di non prendere posizione contro gli ex vertici.
E poi vorrei proprio sapere cosa se ne fa Telecom di due milioni e mezzo di euro: una cifra che è argent de poche per un gruppo che ha appena collocato un bond da un miliardo, per dire. Suggerisce che ci siano ulteriori ragioni, non economiche, per accettare quelle due misere lirette.
Ammesso che il prezzo sia quello giusto, visto che secondo quanto dice Asati i costi accertati (rapporto Deloitte) per gli illeciti compiuti nella passata gestione sono ammontati a 120 milioni di euro. Insomma, se almeno il 5% degli azionisti dovesse avere una calcolatrice, per Buora e Ruggiero potrebbe non mettersi bene.

Tutti a chiedere manleva. Un po’ di autocritica?

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Fa specie apprendere che i fondi di private equity che attualmente – e ancora per poco – costituiscono il nucleo azionario di controllo di Seat Pagine Gialle si apprestano a chiedere all’assemblea la manleva per il cda.

Cvc, Permira e Investitori Associati, secondo quanto riferisce l’agenzia Radiocor riportando il contenuto di un documento per l’assemblea, chiederanno di adottare «sia il più ampio scarico di responsabilità, sia le opportune manleve a favore dei componenti degli organi sociali di Seat che hanno il merito di aver messo in sicurezza la società e di aver operato a tutela degli interessi dei vari stakeholder».

Ricordiamo che Seat, un’azienda fondamentalmente sana, stava per affondare sotto il peso dei debiti accumulati dai vari passaggi di mano tra gli azionisti.

E ricordiamo anche che non si è mai sentito tanto parlare di manleva come in questo periodo: è stata nominata all’assemblea Telecom (in quel caso per negare che fosse stata attribuita a Luca Luciani, che è appena stato rinviato a giudizio per la vicenda delle sim false), si è parlato in lungo in largo della manleva che la Consob non vuole venga riconosciuta alla famiglia Ligresti per dare a Unipol l’esenzione dall’Opa su FonSai, e ora salta fuori la manleva pretesa dai fondi azionisti di Seat a favore dei consiglieri da loro espressi in cda.

Eppure, in un momento in cui la crisi azzanna i mercati e le imprese, in cui i risparmiatori assistono impotenti all’erosione del valore rei propri investimenti in Borsa, in cui finalmente si comincia a parlare con minore timidezza della malagestione che ha trascinato alcuni gruppi quotati sull’orlo del baratro, sarebbe il caso che qualcuno si assumesse le proprie responsabilità.
Possibile che nulla sia mai colpa di nessuno?

Bye bye baby. Tempo scaduto per Perissinotto alle Generali

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Qualche settimana fa una fonte vicina alle Generali, nel tentativo di negare che si stesse coagulando un consenso tra gli stakeholder sull’uscita dell’ad Giovanni Perissinotto, si lasciò sfuggire – forse per sbadataggine, forse intenzionalmente – una frase del genere: “Perissinotto ha il suo termine”.

Ebbene, il termine era più vicino di quanto si pensasse: sabato si terrà un cda straordinario di Generali, come conferma un comunicato diffuso dal gruppo alle 10 di sera, quando ormai il tam tam mediatico aveva già dato l’ad per spacciato. Nel linguaggio freddo dei comunicati stampa, si parla di decisioni ai sensi degli articoli 2381, 2386 e 2389 del codice civile. Tradotto: decisioni su “Comitato esecutivo e amministratori delegati”, “sostituzione degli amministratori” e compensi degli amministratori. E il totonomine ha già rilanciato un nome per la successione: Mario Greco, ex ad di Ras, al momento ceo General Insurance di Zurich.

La poltrona di Perissinotto si era rivelata pericolante già un paio di anni fa: alcuni azionisti erano scesi in campo per sostenerlo, con il beneplacito anche di Cesare Geronzi, che in quei giorni si preparava a traslocare a Trieste da presidente del Leone. Poi qualcosa è cambiato, Geronzi è stato cacciato (con l’aiuto proprio di Perissinotto), la crisi ha azzannato i conti e sono tornate di attualità le solite accuse di immobilismo, come quelle che aveva mosso qualche anno fa Davide Serra di Algebris, che gli erano valse delle sonore spernacchiate in assemblea da parte dell’ultraottantenne Antoine Bernheim (un altro nome della lunga parata di soggetti defenestrati dalle Generali). Ma da quelle spernacchiate a oggi, a parte un paio di pensionamenti di lusso, poco è cambiato in quel di Trieste.

AGGIORNAMENTO:

Perissinotto ha scritto una lettera ai consiglieri. Qui il link alla Reuters con il testo integrale.

E questa è la risposta di Leonardo Del Vecchio (che su Generali ha 500 milioni di perdite) .

 

Bye bye baby – Marylin Monroe

Saras e Facebook quotate lo stesso giorno: la maledizione dei Moratti (povero Zuckerberg)

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Nei giorni in cui si assiste attoniti al crollo in Borsa della matricola Facebook, il ricordo corre dritto a Saras, società di raffinazione di casa Moratti che porta ancora le stimmate di un’Ipo disastrosa: nei primi 12 giorni il titolo, quotato a 6 euro, cedette il 12 per cento.  Ebbene, Facebook ha fatto peggio, lasciando sul terreno in 12 giorni circa il 25 per cento.
E’ pur vero che Saras, nel frattempo, si è premurata di affossare definitivamente le aspettative di coloro, tifosi dell’Inter e non, che avevano deciso di investire nell’Ipo, e oggi vale appena 76 centesimi (ha perso circa l’87%).
Ma è curioso notare che le due società hanno debuttato lo stesso giorno: il 18 maggio 2006 Saras, il 18 maggio 2012 Facebook. Una data che decisamente non porta bene.

Citazione

«La mia retribuzione è certamente elevata, ma, nel rispetto delle valutazioni di tutti. Poiché non ho figli e conduco una vita che ritengo essere sobria, se risparmierò qualcosa, e così sarà, poiché non me lo porterò dietro, lo restituirò in beneficenza».

Il ceo di Intesa Sanpaolo, Enrico Cucchiani, percepisce una retribuzione pari a 42,6 volte lo stipendio medio degli altri dipendenti. Di fronte all’assemblea, il banchiere non si è spinto a dire che è poco, ma ha cercato giustificazioni asserendo che si tratta di circa la metà rispetto alla media europea: “La retribuzione media degli AD delle banche europee è di 4,9 milioni, cioè 80,5 volte la retribuzione media degli altri dipendenti, con un range che va da 14,7 a 1 milione”.

L’argomento è delicato e Cucchiani deve saperlo bene se, come mi riferiscono, per andare in assemblea stamane ha preteso di rafforzare la sua scorta. Una prudenza che forse avrebbe dovuto adoperare anche nelle parole utilizzate davanti ai soci.

Sul riferimento all’eventuale beneficenza (futura? post mortem?) non mi dilungo, mi permetto soltanto di suggerire di iniziare a distribuire subito parte di quella ricchezza, magari istituendo delle borse di studio. Sul resto, mi limito a osservare che in tempi come questi, è consigliabile un pizzico di morigeratezza. Se non nella busta paga, almeno nelle dichiarazioni.

Anche i ricchi piangono (ma poi fanno beneficenza)

Habemus papam

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L’elezione del Papa è una faccenda complessa. Viene decisa dai cardinali riuniti in conclave con votazione segreta a maggioranza dei due terzi. Quattro votazioni al giorno, il cui esito è comunicato ai fedeli con la “fumata”, finché non salta fuori il nuovo Papa.
Ebbene, finora pensavamo ingenuamente che la nomina di un amministratore delegato nelle società quotate fosse più semplice. Ma l’investitura della nuova guida di Rcs – c’è voluto un mese, tra incarichi a head hunter, balletti di dichiarazioni alla stampa, trattative frenetiche e più di un mal di pancia – ha dimostrato il contrario. L’incarico è stato offerto a mezzo mondo, ma evidentemente lo stato dei conti del gruppo editoriale (e ancora di più il ricordo della squallida cacciata del bravo Vittorio Colao, che dopo è diventato capo mondiale di Vodafone) non rendevano la poltrona attraente: “Abbiamo ricevuto moltissimi no”, si è lasciato scappare alcuni giorni fa un socio forte del gruppo, buttando un rapido accenno al fatto che la litigiosità tra i pattisti non aiuta certo il processo decisionale.
Adesso il Papa, cioè l’ad, c’è: Pietro Scott Jovane, ex ad Microsoft Italia, 43enne che di rogne deve intendersene, visto il suo passaggio in Telecom (prima Matrix poi Seat). Rimettere in carreggiata Rcs non è cosa facile. E il track record di Scott Jovane in Microsoft non ci risulta sia dei più brillanti. Auguri.