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Saras, amarcord

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Alla fine sono arrivati i russi a ridare una lucidatina all’appeal di Saras in Borsa. Rosneft entrerà nel capitale della società di raffinzazione di casa Moratti acquistando il 13,7% dalla famiglia – of course – e lanciando un’Opa volontaria parziale su un ulteriore misero 7,29%. Gian Marco e Massimo Moratti si liberano completamente delle rispettive quote, mentre la holding di famiglia, la Angelo Moratti sapa. manterrà una partecipazione del 50,02% (e in seguito, bontà loro, non apporterà azioni all’Opa). I russi comprano al prezzo unitario di 1,37 euro per azione, con un premio di oltre il 40% sulla chiusura dello scorso venerdì, e la successiva Opa sarà lanciata allo stesso prezzo. Questo vuol dire che il rally intrapreso oggi dal titolo (+6,71% a 1,041 euro) dovrebbe continuare, fino all’allineamento con il prezzo dell’offerta. C’è di buono che questo accordo, oltre a riaccendere l’appeal speculativo legato a ulteriori possibili incursioni straniere in azionariato, dovrebbe anche aiutare il gruppo sul fronte industriale, consentendo un più conveniente approvvigionamento sul greggio.
Ci sarebbe, insomma, quasi da festeggiare. Almeno per chi si sia dimenticato della quotazione del gruppo, avvenuta nel 2006 sotto la regia di un nutrito parterre de roi di banche d’affari al prezzo di 6 euro per azione, fissato nella parte medio-alta della forchetta. Alle quotazioni di oggi, vale oltre l’82% in meno.

Quella quotazione me la ricordo bene: ero appena arrivata a Finanza & mercati e l’Ipo di Saras era la mia prima storia rilevante seguita per il giornale. Nei giorni precedenti al debutto l’Ipo era stata accolta con ogni onore, il book era stato coperto 5 volte e sul grigio, alla vigilia della quotazione, le azioni quotavano con un rialzo dell’8%. Ricordo che si ventilava perfino il possibile ingresso della società tra le bluechip.

Il giorno del debutto in Borsa un gruppetto di giornalisti si era assiepato attorno a Gian Marco Moratti, nella sala delle grida di Borsa Italiana. Moratti dava le spalle allo schermo e si intratteneva amabilmente con i cronisti. Ricordo che disse: «Erano anni che le banche ci pregavano di andare in Borsa, ma abbiamo aspettato tanto, finché non è arrivato il momento giusto». Nel frattempo erano partite le negoziazioni e il monitor alle sue spalle restituiva impietosamente la performance della matricola: meno 12 per cento. Un po’ più lontano dai cronisti, suo fratello Massimo guardava attonito lo schermo, senza parlare.
Non dev’essere stato un momento di gloria per la famiglia di petrolieri. Che però prima di accusare l’onta di quella discesa verticale delle azioni avevano avuto modo di vendere un bel po’ di titoli, 285 milioni di azioni a fronte di 60 milioni di nuovi titoli offerti in sottoscrizione. A 6 euro, appunto.

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