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Il senso di Franco per la poltrona

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Qualcosa bolle  in pentola per il presidente e ceo di Telecom Italia, Franco Bernabè? L’argomento non sembra tra i più caldi in un momento in cui le cronache finanziarie sono monopolizzate dall’affaire FonSai, ma vale comunque una riflessione, quanto meno per una serie di circostanze che hanno acceso la mia curiosità.

La prima è stata la sua partecipazione a Ballarò e l’intervento in difesa dell’art. 18. Il top manager non è tra gli  habitué del salotto di Floris e in generale non ama la sovraesposizione mediatica (durante i primi tempi del suo secondo approdo in Telecom Italia aveva imposto all’ufficio stampa un profilo talmente riservato che era diventato difficile perfino sapere a che ora si sarebbero svolti i cda). E il suo discorso sulle criticità del mercato del lavoro – piccola parentesi: in Telecom in questo momento vigono i contratti di solidarietà  – aveva una nota inusuale rispetto alla retorica bernabiana, che alle perversioni retropensieristiche della sottoscritta suonava come la ricerca di un endorsement politico. Visto che il board di Telecom è stato rinnovato solo lo scorso anno, mi sono chiesta: è saltata fuori qualche nuova poltrona appetibile negli ultimi giorni?

La seconda circostanza curiosa è stata la lettura di un articolo di Francesco Bei su Repubblica che ventila la possibilità che il governo di Mario Monti stia valutando la candidatura di Bernabè, in alternativa a quella di Claudio Cappon, per sostituire il dg della Rai Lorenza Lei nell’ottica di una più ampia riforma della governance della televisione pubblica, per la quale la bruttezza di quest’ultimo festival di Sanremo e le polemiche su Adriano Celentano sono solo la punta del’iceberg.

Una serie di voci, rigorosamente non confermate, hanno ulteriormente alimentato le mie curiosità. Si dice infatti che Bernabè ci sia rimasto male quando Mario Monti ha messo in piedi il suo governo di tecnici e supermanager senza dargli nemmeno un colpo di telefono. In fondo lui è un ex boiardo di stato, ex banchiere, top manager stimato, abituato a muoversi in acque tempestose e spesso chiamato a mettere una pezza sui casini fatti da altri.

Non a caso, si dice anche che gli abbiano offerto lo scranno in Finmeccanica, dove anche la poltrona di Orsi – che dopo l’uscita di scena di Guarguaglini somma il ruolo di presidente a quello di ad – sembra traballare per l’eccessiva contiguità con la precedente presidenza. Bernabè avrebbe rifiutato: la situazione è decisamente spinosa dopo gli scandali che hanno colpito il colosso della difesa, e il top manager deve aver pensato che non sia saggio infilarci il naso.

Anche perché l’esperienza Telecom gli ha certamente insegnato che certi carrozzoni sono difficili da riformare. E dire che al suo debutto (bis, la prima volta che aveva guidato la compagnia telefonica era finita con Colaninno e i capitani coraggiosi che gli sfilavano la poltrona) aveva ben sperato di poter far tornare Telecom ai vecchi fasti: come si può leggere in questo mio vecchio articolo,  aveva fatto tante promesse al mercato, vaticinando l’apprezzamento delle azioni e il  ritorno alla crescita esterna. Il copione, come sappiamo, è stato ben diverso.

Il titolo langue oggi a 0,81 euro (viaggiava intorno ai 2,2  quando Telco ha rilevato il pacchetto in mano alla Olimpia di Marco Tronchetti Provera), anche se è vero che dal punto di vista finanziario la società è molto più solida e ha fatto grandi sforzi per mettere in sicurezza il suo enorme debito. Ma anche questo ha avuto un prezzo: mentre gli altri colossi proseguivano nelle loro campagne espanionistiche, in Telecom le dismissioni sono andate avanti anche nell’era Bernabè (ora oltre all’Italia  gli unici mercati – per quanto interessanti – sono il Brasile e l’Argentina). Senza contare la delusione di chi sperava in azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori della passata gestione, mai avviate (e lo stesso rapporto affidato a Deloitte, di cui ho potuto visionare una parte, mi è parso un’occasione sprecata: gli esperti di Deloitte hanno avuto molte limitazioni nella ricerca, si tratta più o meno di una collezione di aspetti già inseriti negli atti giudiziari).

Un bilancio in chiaroscuro, in definitiva. Forse per questo Bernabè adesso potrebbe avere interesse a lanciarsi in nuove, più stimolanti, avventure.

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