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Bye bye baby. Tempo scaduto per Perissinotto alle Generali

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Qualche settimana fa una fonte vicina alle Generali, nel tentativo di negare che si stesse coagulando un consenso tra gli stakeholder sull’uscita dell’ad Giovanni Perissinotto, si lasciò sfuggire – forse per sbadataggine, forse intenzionalmente – una frase del genere: “Perissinotto ha il suo termine”.

Ebbene, il termine era più vicino di quanto si pensasse: sabato si terrà un cda straordinario di Generali, come conferma un comunicato diffuso dal gruppo alle 10 di sera, quando ormai il tam tam mediatico aveva già dato l’ad per spacciato. Nel linguaggio freddo dei comunicati stampa, si parla di decisioni ai sensi degli articoli 2381, 2386 e 2389 del codice civile. Tradotto: decisioni su “Comitato esecutivo e amministratori delegati”, “sostituzione degli amministratori” e compensi degli amministratori. E il totonomine ha già rilanciato un nome per la successione: Mario Greco, ex ad di Ras, al momento ceo General Insurance di Zurich.

La poltrona di Perissinotto si era rivelata pericolante già un paio di anni fa: alcuni azionisti erano scesi in campo per sostenerlo, con il beneplacito anche di Cesare Geronzi, che in quei giorni si preparava a traslocare a Trieste da presidente del Leone. Poi qualcosa è cambiato, Geronzi è stato cacciato (con l’aiuto proprio di Perissinotto), la crisi ha azzannato i conti e sono tornate di attualità le solite accuse di immobilismo, come quelle che aveva mosso qualche anno fa Davide Serra di Algebris, che gli erano valse delle sonore spernacchiate in assemblea da parte dell’ultraottantenne Antoine Bernheim (un altro nome della lunga parata di soggetti defenestrati dalle Generali). Ma da quelle spernacchiate a oggi, a parte un paio di pensionamenti di lusso, poco è cambiato in quel di Trieste.

AGGIORNAMENTO:

Perissinotto ha scritto una lettera ai consiglieri. Qui il link alla Reuters con il testo integrale.

E questa è la risposta di Leonardo Del Vecchio (che su Generali ha 500 milioni di perdite) .

 

Bye bye baby – Marylin Monroe

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Parla Della Valle, si salvi chi può

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Diego Della Valle dice di essere preoccupato. Per il futuro di Mediobanca, perché «bisogna capire cosa vuole fare da grande» e «se Renato Pagliaro e Alberto Nagel hanno veramente i numeri per guidare la Banca oppure no». Per Generali, che «ha tutte le carte in regola per fare bene» ma è zavorrata da Mediobanca che è  «un freno al suo sviluppo». E, ovviamente, per Rcs, perché è ora che diventi  «un’azienda normale», che funzioni sulle professionalità dei manager e viva di mercato.

Condivisibili o no, gli strali del patron della Tod’s appaiono tutti indirizzati ai dioscuri di Mediobanca,  Alberto Nagel e Renato Pagliaro, che l’imprenditore sembra voler definire “acerbi”, come se avessero 15 anni e non fossero in Piazzetta Cuccia da una vita: «Se avessero fatto l’amministratore delegato l’uno e il presidente l’altro tra dieci anni, probabilmente quello sarebbe stato il momento giusto».

Ad avere giusto un pizzico di memoria, mi sembra strano perché l’ultima volta che avevo visto un Della Valle così scatenato era stato alla vigilia della Grande Defenestrazione, quando aveva criticato aspramente la gerontocrazia (intesa, come si è visto, nel senso di potere di Geronzi) che dominava la finanza e oggi torna lancia in resta obiettando che due banchieri non proprio imberbi sono in realtà dei pivelli. E dovrebbero invecchiare di dieci anni per diventare più autorevoli.

Ma al di là dell’esegesi del Della-Valle-pensiero, la sparata di ieri fa riflettere. Non sull’osservazione che Mediobanca non sappia cosa fare da grande (ridicolo, è evidente che lo sappia fin troppo bene: vuol fare il master of puppets della finanza). Ma certo non si può negare che in Rcs sopravvivano ancora dei sistemi di gestione barocchi, nonostante il restyling della governance avvenuto lo scorso anno. Né far finta che non esista una sorta di cordone ombelicale tra Generali e Mediobanca: ricordiamo anzi come il terremoto mediatico apparecchiato proprio da Della Valle per spianare la strada all’uscita di Geronzi dal Leone avvenne con il placet (se non la regia) di Piazzetta Cuccia. E forse proprio da quella vicenda, magari percepita come un favore fatto al salotto buono e non ricambiato su partite successive, derivano le critiche di oggi.

Comunque quella volta – è passato un anno, sembra un’era glaciale – Della Valle scese sul piede di guerra e la parabola di Geronzi finì. Oggi si scaglia contro Nagel e Pagliaro. Lo fa per conto proprio, o con l’appoggio di altri? Ma chi potrebbe aver voglia di dar fastidio ai vertici di Mediobanca? Il dossier Fonsai ha suscitato diversi malumori in giro per Milano, e non solo, ma chi potrebbe avere anche il potere di mettere in discussione i due banchieri?

Intanto le agenzie hanno riportato che Luca Cordero di Montezemolo, amico e socio di Della Valle, ha incontrato Silvio Berlusconi, dando il via a molte speculazioni su possibili interessi convergenti con l’ex premier. Forse, quando si capirà il gioco di Montezemolo, si capirà anche quello di Della Valle.


La ballata di Fonsai (un rap finanziario, secondo l’FT)

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Sulla Lex Column, oggi il Financial Times sbertuccia il cuore della finanza italiana, denunciando la “rete di interessi bancari, politici e corporate”, un tale accrocchio incestuoso e complicato da poter tranquillamente finire in un best-seller di Dan Brown. Ammesso che perfino uno come Dan Brown – scrive sempre l’Ft – sia in grado di “decifrare il modo in cui banchieri e top manager esercitano il loro potere attraverso partecipazioni incrociate, cenni del capo e ammiccamenti”.

In soldoni, il giornale della City storce  il naso sui legami in Piazzetta Cuccia e dintorni  e sulla soluzione studiata per il salvataggio di Fonsai, incensando per converso  il contro-piano di Sator e Palladio (devono aver apprezzato le parole di Matteo Arpe ieri in conference call), in un pezzo che potrebbe tranquillamente essere trasformato in un rap. Una cosa del genere…

Fusione a quattro vie

per un gruppo disastrato

la regia è di Mediobanca

e Ligresti si è salvato

una banca tuttofare

che finanzia e sottoscrive

con l’appoggio di Unicredit

investito e investitore

per creare un gran colosso

che dia noie a Generali

anche lei della famiglia

della banca è proprio figlia

Già, Fonsai ormai è allo sfascio

e ha bisogno di denaro

per pagare i dividendi

ha buttato a mare i ratio

ma anche  Premafin boccheggia

deve soldi a destra e manca

soprattutto a Mediobanca

con il piano lei è al riparo

può ricapitalizzare

che casino, non è chiaro

se Fonsai può festeggiare

mentre Sator e Palladio

con un piano meno oscuro

evitando la fusione

la riscattan di sicuro

una chance da non mancare

per l’insurance  nazionale