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Pirelli e i fendenti di Gori

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A un anno dalla sua uscita da Pirelli, Francesco Gori si toglie qualche macigno dalla scarpa con un’intervista rilasciata a Giovanni Pons di Repubblica, pubblicata oggi (e finora abbastanza ignorata dalle agenzie).

Il messaggio di Gori è che dalla sua uscita il debito di Pirelli è cresciuto di un miliardo mentre i concorrenti hanno generato cassa, che il presidente e ad (o come direbbero i francesi, pdg) di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, non si è occupato di «costruire una linea di successione» e che il team manageriale «si è inaridito con la perdita di pirelliani di lunga esperienza e competenza».

Gori era stato zitto per un anno intero (chissà se, oltre a una clausola di non concorrenza di tre anni, non ne avesse anche firmata una di riservatezza, magari per un anno soltanto). Adesso non resta che aspettare la risposta di Pirelli – diretta o, più probabilmente, indiretta – alle esternazioni del suo ex manager.

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Pirelli, Gori fuori. Tronchetti avvia l’era del “ghe pensi mi”

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Francesco Gori, come avevo anticipato su questo blog, ha rassegnato le sue dimissioni da Pirelli. Ha firmato un patto di non concorrenza di tre anni: il che vuol dire che non potrà essere assunto – che so io – da Michelin o da altri competitor del gruppo milanese. Un peccato, perché sicuramente a molte società di pneumatici non sarebbe dispiaciuto potersi avvalere della sua bravura ed esperienza.

Sul motivo delle dimissioni il comunicato di Pirelli glissa. Mentre il numero uno Marco Tronchetti Provera ha dichiarato che “dopo il riassetto organizzativo degli ultimi tempi, che ha portato ad accorciare la catena di controllo all’interno dell’azienda, è chiaro che il ruolo che aveva il dottor Gori gli andava un po’ stretto”.

E in effetti basta un’occhiata a come sono state riorganizzate funzioni e deleghe per capire che Tronchetti deve aver deciso di tornare dominus incontrastato della gestione del gruppo: si parla di un “ulteriore accorciamento della catena decisionale” con il “superamento dell”Executive Office” (= niente ad) e la “contemporanea creazione di due nuovi ruoli a diretto riporto del presidente e chief executive officer, Marco Tronchetti Provera”, ovvero il  chief technical officer, detto anche “cto” (acronimo da scongiuri) e il chief  commercial officer (cco).

Quanto alle previsioni sull’andamento del gruppo, nella nuova era tronchetticentrica, c’è da sottolineare che gli obiettivi sono stati rivisti leggermente al ribasso. Ma sono tempi duri per tutti. Il titolo Pirelli prima e dopo l'annuncio dei dati

Pirelli, Gori in uscita

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Francesco Gori, direttore generale tyre & parts di Pirelli e amministratore delegato di Pirelli Tyre, è in uscita dal gruppo. La voce circola da tempo, e con maggiore insistenza negli ultimi giorni: le dimissioni dovrebbero essere questione di ore.

Già verso la fine dello scorso anno il presidente Marco Tronchetti Provera aveva accentrato su di sé alcune importanti deleghe prendendo la supervisione diretta dei mercati auto, Europa, Russia e la linea Pzero moda.

Il fiorentino Gori, 60 anni tra qualche giorno, una laurea con lode in Economia e commercio all’università di Firenze, era in Pirelli dal lontano 1978: una vita professionale intera. Dopo l’uscita da Telecom e lo spin-off delle attività immobiliari, aveva aiutato la nuova Pirelli a concentrarsi sull’industria e ritornare agli antichi fasti.

Oggi la Bicocca resiste tenacemente alla crisi, aggiorna al rialzo i target del piano industriale, è la cocca degli analisti (recentemente Morgan Stanley l’ha inserita nella lista dei “nifty fifty europei”).

E Gori se ne va. Iscritto a bilancio nel 2011 c’è un bonus triennale per lui da 7,1 milioni, più 3,1 milioni di stipendio. A bilancio nel 2012 sarà iscritta la sua liquidazione.

Io, Jonella

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Da mesi si parla di salvataggio di Fonsai, e non lo si dice chiaramente ma lo si sussurra a mezza voce: salviamo la società assicurativa ma accompagniamo gentilmente alla porta i Ligresti. Sarà, ma il fatto che Jonella Ligresti, esautorata dalla presidenza, sia stata nominata vicepresidente, mi colpisce. Non solo perché ho l’impressione che la figlia minore di Salvatore Ligresti in fondo abbia altri interessi, ma proprio non ce la faccia a mollare le poltrone, conquistate peraltro per diritto ereditario: ieri è entrata in cda ribadendo di voler fare ancora il presidente (è evidentemente che non le abbiano dato retta), e dal cda di Mediobanca non risultano ancora pervenute le sue dimissioni.

Forse la storia di Jonella mi colpisce perché anni fa, da stagista, una persona distratta alla reception di Pirelli mi scambiò per lei. Era il mio secondo giorno di lavoro da aspirante cronista finanziaria, la mia conoscenza della materia e delle pratiche del giornalismo d’agenzia era prossima allo zero assoluto. Mentre rabbridivo di fronte a un take di analisi tecnica, la mia capa mi disse: “C’è il cda di Pirelli stamane e non c’è nessun giornalista vero che possa andare a fare door stepping. Ergo, devi andarci tu”.

Sbiancai visto che non sapevo nemmeno cosa fosse un door stepping (che poi è l’ingentilimento anglosassone del concetto di “appostamento”), la capa mi tranquillizzò premurosamente: “Non ti preoccupare, è normale non sapere che pesci prendere all’inizio. Tu fa’ quello che fanno gli altri giornalisti, appena hai qualcosa da dettare chiama”. Ok, devo solo guardare cosa fanno gli altri giornalisti, mi ripetei come un mantra fino all’arrivo alla sede di Pirelli. Deserta.

“Allora il door stepping non si fa fuori, ma si fa dentro”, pensai con ottimismo. “Gli altri giornalisti devono essere all’interno della sede, magari spaparanzati su un divanetto davanti a un caffè”. (Niente di più sbagliato, come può confermare chiunque abbia fatto almeno una volta un door stepping: si sta fuori, sempre, con qualunque condizione climatica). E mi diressi baldanzosa verso la reception.

“Sono qui per il cda”, dissi con un tono evidentemente così assertivo che il receptionist non ebbe alcun dubbio sulla mia appartenenza alla prestigiosa categoria dei consiglieri di amministrazione. “Secondo piano”, mi rispose. Arrivata al secondo piano, un secondo receptionist (evidentemente meno distratto del primo) mi fulminò con uno sguardo che esprimeva inequivocabilmente la mia estraneità alla stanza dei bottoni. Scappai via con la coda tra le gambe, prontamente raggiunta dall’addetto stampa. Piegato in due dalle risate.

“Ti hanno scambiato per una delle sorelle Ligresti”, disse sghignazzando quel formidabile pr, mentre io arroventavo per la vergogna. Peccato che all’epoca nel cda di Pirelli sedesse non Jonella, che quanto meno per colori non è così diversa da me allora (portavo i capelli lunghi), ma la bionda ed eterea Giulia. E sfido chiunque dotato di diottrie al minimo sindacale a scambiarmi per lei.

Però il punto era questo: una ragazzina smarrita al suo secondo giorno di lavoro poteva tranquillamente essere una Ligresti. Una che magari pensa ad altro, ha altre passioni (Jonella i cavalli, io la musica dei Pearl Jam), ma arriva lì, diligente, con il tailleurino (ero al mio secondo giorno di lavoro e non sapevo ancora che i giornalisti sono autorizzati a vestirsi male), chiede dove si riunisca il cda e sale al secondo piano. Ma poi quando inizia la riunione, cosa succede? Cosa dice, come fa valere le sue opinioni? Qual è il suo contributo all’efficace gestione della compagnia? Cavalli e Pearl Jam temo siano off topic nei cda.

Pirelli, Volkswagen e la matematica dei bonus

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Non si può che accogliere con orgoglio tutto italico la notizia, annunciata lunedì, che Pirelli ha superato i target del piano 2009-2011. Ma in virtù di tali risultati, il gruppo ha remunerato il senior management con bonus per 77 milioni complessivi, già finanziati da accantonamenti, di cui 13 per il presidente Marco Tronchetti Provera (che sommati ai 7 milioni di stipendio portano la remunerazione complessiva a 20 milioni).

Tralasciamo ogni considerazione sull’impostazione bullish del gruppo in una fase di incertezza come quella attuale, in cui il mercato automotive in Europa, dove Pirelli fa un terzo dei suoi ricavi, è atteso in calo: con ottimismo, il produttore di pneumatici paga generosi bonus e addolcisce la cedola, passata da 0,165 euro a 0,27 euro per azione ordinaria (128 milioni in tutto, cui vanno aggiunti i 4 milioni e passa sulle risparmio).

Ma l’aspetto che colpisce è un altro: in apertura della sezione Companies & Markets del Financial Times di ieri campeggiava un articolo, non proprio benevolo, sulla retribuzione del ceo di Volkswagen, Martin Winterkorn, che tra stipendio, bonus e incentivi di lungo termine si è portato a casa 17,5 milioni in virtù dei risultati stellari raggiunti dalla casa automobilistica. Ma alla pagina successiva, in una fotonotizia su Pirelli, il giornale della City non proferisce verbo sui 20 milioni a Tronchetti (la parte sui bonus, effettivamente, era imboscata verso la fine di un comunicato piuttosto lungo).

Vista l’analogia tra le remunerazioni dei numeri uno, vale però la pena di fare un po’ di comparazione tra i due gruppi: Volkswagen (che tra l’altro non paga solo i supermanager ma darà un bonus di 7.500 euro a 90.000 dipendenti in Germania) ha chiuso il 2011 con ricavi per 159 miliardi e un utile netto di 15,8 miliardi; Pirelli ha riportato ricavi per 5,65 miliardi e un utile di 440,7 milioni, ma paga il presidente più del ceo Volkswagen. E si ostinano a chiamarla Bicocca…

Pubblicato su Finanza & Mercati del 14 marzo 2012