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Habemus papam

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L’elezione del Papa è una faccenda complessa. Viene decisa dai cardinali riuniti in conclave con votazione segreta a maggioranza dei due terzi. Quattro votazioni al giorno, il cui esito è comunicato ai fedeli con la “fumata”, finché non salta fuori il nuovo Papa.
Ebbene, finora pensavamo ingenuamente che la nomina di un amministratore delegato nelle società quotate fosse più semplice. Ma l’investitura della nuova guida di Rcs – c’è voluto un mese, tra incarichi a head hunter, balletti di dichiarazioni alla stampa, trattative frenetiche e più di un mal di pancia – ha dimostrato il contrario. L’incarico è stato offerto a mezzo mondo, ma evidentemente lo stato dei conti del gruppo editoriale (e ancora di più il ricordo della squallida cacciata del bravo Vittorio Colao, che dopo è diventato capo mondiale di Vodafone) non rendevano la poltrona attraente: “Abbiamo ricevuto moltissimi no”, si è lasciato scappare alcuni giorni fa un socio forte del gruppo, buttando un rapido accenno al fatto che la litigiosità tra i pattisti non aiuta certo il processo decisionale.
Adesso il Papa, cioè l’ad, c’è: Pietro Scott Jovane, ex ad Microsoft Italia, 43enne che di rogne deve intendersene, visto il suo passaggio in Telecom (prima Matrix poi Seat). Rimettere in carreggiata Rcs non è cosa facile. E il track record di Scott Jovane in Microsoft non ci risulta sia dei più brillanti. Auguri.

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Parla Della Valle, si salvi chi può

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Diego Della Valle dice di essere preoccupato. Per il futuro di Mediobanca, perché «bisogna capire cosa vuole fare da grande» e «se Renato Pagliaro e Alberto Nagel hanno veramente i numeri per guidare la Banca oppure no». Per Generali, che «ha tutte le carte in regola per fare bene» ma è zavorrata da Mediobanca che è  «un freno al suo sviluppo». E, ovviamente, per Rcs, perché è ora che diventi  «un’azienda normale», che funzioni sulle professionalità dei manager e viva di mercato.

Condivisibili o no, gli strali del patron della Tod’s appaiono tutti indirizzati ai dioscuri di Mediobanca,  Alberto Nagel e Renato Pagliaro, che l’imprenditore sembra voler definire “acerbi”, come se avessero 15 anni e non fossero in Piazzetta Cuccia da una vita: «Se avessero fatto l’amministratore delegato l’uno e il presidente l’altro tra dieci anni, probabilmente quello sarebbe stato il momento giusto».

Ad avere giusto un pizzico di memoria, mi sembra strano perché l’ultima volta che avevo visto un Della Valle così scatenato era stato alla vigilia della Grande Defenestrazione, quando aveva criticato aspramente la gerontocrazia (intesa, come si è visto, nel senso di potere di Geronzi) che dominava la finanza e oggi torna lancia in resta obiettando che due banchieri non proprio imberbi sono in realtà dei pivelli. E dovrebbero invecchiare di dieci anni per diventare più autorevoli.

Ma al di là dell’esegesi del Della-Valle-pensiero, la sparata di ieri fa riflettere. Non sull’osservazione che Mediobanca non sappia cosa fare da grande (ridicolo, è evidente che lo sappia fin troppo bene: vuol fare il master of puppets della finanza). Ma certo non si può negare che in Rcs sopravvivano ancora dei sistemi di gestione barocchi, nonostante il restyling della governance avvenuto lo scorso anno. Né far finta che non esista una sorta di cordone ombelicale tra Generali e Mediobanca: ricordiamo anzi come il terremoto mediatico apparecchiato proprio da Della Valle per spianare la strada all’uscita di Geronzi dal Leone avvenne con il placet (se non la regia) di Piazzetta Cuccia. E forse proprio da quella vicenda, magari percepita come un favore fatto al salotto buono e non ricambiato su partite successive, derivano le critiche di oggi.

Comunque quella volta – è passato un anno, sembra un’era glaciale – Della Valle scese sul piede di guerra e la parabola di Geronzi finì. Oggi si scaglia contro Nagel e Pagliaro. Lo fa per conto proprio, o con l’appoggio di altri? Ma chi potrebbe aver voglia di dar fastidio ai vertici di Mediobanca? Il dossier Fonsai ha suscitato diversi malumori in giro per Milano, e non solo, ma chi potrebbe avere anche il potere di mettere in discussione i due banchieri?

Intanto le agenzie hanno riportato che Luca Cordero di Montezemolo, amico e socio di Della Valle, ha incontrato Silvio Berlusconi, dando il via a molte speculazioni su possibili interessi convergenti con l’ex premier. Forse, quando si capirà il gioco di Montezemolo, si capirà anche quello di Della Valle.


Rcs, il tempo stringe ma sull’ad la fumata è ancora nera

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Carlo Pesenti, fresco di riconferma nel cda di Rcs, ieri si è intrattenuto brevemente con i giornalisti a margine della presentazione del nuovo centro di ricerca di Italcementi, gruppo di cui è consigliere delegato.

Riguardo alla scelta del nuovo amministratore delegato, che non è ancora stato individuato, il top manager ha escluso la scelta interna al gruppo («non è nelle possibilità che stiamo valutando») e ha aggiunto che si tratta di «un processo di selezione non semplice perché non è così facile trovare una persona con le qualità e le caratteristiche per assumere questo ruolo», aggiungendo di «sperare di arrivare nei tempi» per la nomina.

Per trovare il candidato giusto, è addirittura stata ingaggiata un’agenzia di headhunting (Spencer Stuart), fenomeno che del resto va piuttosto di moda ultimamente. (E viene da chiedersi: ma questi azionisti, che fanno, disfanno, decidono chi e come deve entrare e a quali condizioni, spesso infischiandosene del mercato, non sono in grado di scegliere da soli? Capisco le seconde linee, ma un presidente o un amministratore delegato non sono certa debbano essere scelti da un head hunter, ammesso che avvenga proprio così la selezione…)

Pesenti ha poi sottolineato che il nuovo cda di Rcs «ha grandi progetti e aspettative» e che «la priorità sono le dismissioni di asset per ragioni diverse, non solo di riequilibrio finanziario». C’è da dire che il gruppo editoriale non ne era uscito bene già nei giorni scorsi, quando al termine di una riunione piuttosto accesa Diego Della Valle era andato via dal patto sbattendo la porta ed era emersa una tale divisione tra i soci forti, rigidi sulle regole della convivenza tra pattisti ma evidentemente sul resto indecisi a tutto, da non aver nemmeno saputo co0nvergere su una cosa basilare come la scelta del nuovo ad.

E ora, nel voler gentilmente rispondere alle domande dei cronisti, Pesenti ha dato il colpo di grazia all’immagine del gruppo: ammettendo che non c’è nessuno, tra i manager cresciuti in Rcs, che sia all’altezza del compito di ad. E che al momento la strategia principale del gruppo non è affatto originale ma, al contrario, è vecchia come il cucco: vendersi i gioielli di famiglia.

pubblicato sul Finis Terrae di Finanza & Mercati il 17/4/2012