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Telecom aveva in mano il mondo, ora diventa un gruppo domestico

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Si vende, non si vende, si vende… Appena pochi giorni dopo una conferenza stampa in cui voleva far chiaramente capire che Telecom Italia non avrebbe venduto Tim Brasil (e che il cda non era radiocomandato da Telefonica), l’ad Marco Patuano avrebbe ammorbidito la posizione.

Quando sul tavolo c’è un’offerta con un buon prezzo – avrebbe detto in sostanza il top manager – nessun asset è indispensabile (anche se dirlo nei giorni in cui si discute della cessione lampo di Telecom Argentina può innescare qualche alzata di sopracciglio).

L’informazione è di seconda mano ma viene da fonte qualificata. A riferire le parole dell’ad è stato Michele Azzola della Slc Cgil, dopo un incontro di quattro ore tra Patuano e i sindacati. Anche senza il messaggio recapitato dal sindacalista, che su Tim Brasil la strada potesse essere quella della cessione lo si era intuito anche da altri indizi. In primo luogo dalle indicazioni degli analisti, che spesso e volentieri redigono i loro report dopo aver fatto quattro chiacchiere con i vertici delle società, che la scorsa settimana sono stati impegnati all’estero in un roadshow con gli investitori.

E proprio oggi una ricerca di Bernstein è tornata a suonare le fanfare della possibile vendita dell’operatore mobile brasiliano, aggiungendo perfino un’indicazione sulla possibile finestra temporale del deal: tra i Mondiali in estate e le elezioni di ottobre, secondo quanto riporta Radiocor. Anche se il Brasile resta strategico, eccetera eccetera.

Senza Argentina e, in prospettiva, senza Brasile, due costanti driver di crescita negli ultimi anni, a Telecom non resta che il mercato domestico, che non gode esattamente di una salute pazzesca.

A tal proposito, vale forse la pena di disseppellire un’intervista del capitano coraggioso Roberto Colaninno rilasciata alla Stampa, a marzo 2001, quando era presidente del gruppo telefonico, poco prima che si consumasse il passaggio di Telecom sotto le insegne di Pirelli. «Il futuro è questo: per Telecom meno Italia e più estero», disse Colaninno. E ancora: «La proiezione internazionale è il cuore della strategia della Telecom Italia per il 2001» e «la Telecom avrà le radici in Italia, ma sarà una multinazionale che cercherà più spazio all’estero. Aumenterà il peso del fatturato internazionale»; infine, «Sud America e Mediterraneo, insieme ad alcune aree europee (Austria, Balcani e Spagna) sono al centro delle nostre attenzioni». Certo, la situazione debitoria già allora era ben pesante, e questo spiega in gran parte le dismissioni successive delle controllate estere. Ma restano i dati che raffrontano la Telecom che fu e quella che è, e sono impressionanti.

Nel 2001, si legge nel libro di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons “L’affare Telecom”, solo in Europa il gruppo di tlc controllava attività in Spagna, Francia, Austria, Repubblica Ceca, Grecia e Serbia. A queste si aggiungevano i business  in Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Cuba, Perù, Venezuela, Israele e Turchia. Alla fine dell’anno prossimo, la presenza estera potrebbe essere a zero.

*Integrazione: alle 20,09, pochi istanti dopo la pubblicazione di questo post Telecom Italia ha diffuso un comunicato stampa relativo all’incontro con i sindacati.

Nel comunicato si legge che: “Sul piano internazionale, l’Amministratore Delegato di Telecom Italia ha confermato la strategicità del Brasile che continua a rappresentare per Telecom Italia un mercato core. “Tim Brasil è un attivo strategico del Gruppo dove vogliamo continuare a crescere e aumentare i nostri investimenti. In Brasile, si continuerà a valorizzare la componente tradizionale basata sulla Voce, accelerando al contempo sul segmento Dati attraverso lo sviluppo delle infrastrutture 3G e 4G. I Capex sull’arco di Piano saranno superiori a 11 miliardi di reais”, ha detto Patuano”.

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La parabola di Bernabè nel vangelo secondo Telecom

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bernabè

 

(pubblicato originariamente su www.pianoinclinato.it)

Aveva promesso di riportare il titolo a 6 euro.

L’avventurosa affermazione era arrivata da Franco Bernabè il 3 dicembre del 2007, il giorno in cui si era insediato, per la seconda volta, alla guida di Telecom Italia (la prima era stata alla vigilia dell’Opa dei capitani coraggiosi, la premiata ditta Gnutti, Colaninno & co., che con una dote da circa 60 miliardi di euro messa a disposizione da Jp Morgan erano partiti all’assalto del gruppo telefonico, rendendo l’esperienza di Bernabè come amministratore delegato al contempo breve e concitata).

Sei euro era il valore del titolo Telecom nel 1999, quando Bernabè si era dimesso proprio dopo la sconfitta incassata sulla partita dell’Opa. Al suo ritorno, dopo il passaggio del pacchetto di controllo dalla Olimpia di Marco Tronchetti Provera a Telco, le quotazioni viaggiavano intorno a 2 euro. Ieri, alle seconde dimissioni del top manager di Vipiteno, le azioni del gruppo hanno chiuso in Borsa a 0,64 euro (dopo un piccolo rally, tra l’altro).

Tra la prima e la seconda vita di Bernabè in Telecom, il gruppo aveva nel frattempo polverizzato la propria dimensione internazionale, complice una massiccia campagna di dismissioni avviata da Colaninno e proseguita da Tronchetti per ridurre il peso monstre del debito affastellato con le acquisizioni fatte a leva.

La nomina di Bernabè – la seconda, per sgomberare il campo da dubbi – era stata preceduta da negoziazioni rese non facilissime da alcune resistenze, fuori e dentro Telco, in uno gioco di veti incrociati che contrapponeva in particolare Intesa Sanpaolo, che sosteneva la canidatura, e Mediobanca. Alla fine però si era trovata la quadratura del cerchio, e il manager di Vipiteno era approdato nuovamente ai vertici del gruppo telefonico assieme a Gabriele Galateri di Genola, sul quale era stato decisamente più facile far convergere i consensi, alla presidenza.
Per l’ex banchiere di Rothschild il ritorno aveva un significato molto importante: con l’Opa dei capitani coraggiosi, ricorda, aveva avuto modo di fare davvero l’amministratore delegato solo per poche settimane, perché il resto del tempo lo aveva passato a battersi per opporsi alla scalata. E lo ha ribadito anche ieri, nella lettera di commiato inviata ai dipendenti Telecom, parlando di un legame con l’azienda “che è nato con l’Opa Olivetti e mi ha spinto a rientrare nel 2007″.

In effetti non si fa fatica a capire quanto il rientro fosse un’occasione di rivincita, abbastanza entusiasmante da consentire di sorvolare sulla spinosità della situazione: sul fatto che Telecom fosse un carrozzone indebitatissimo (anche con la cura dimagrante delle dismissioni il debito viaggiava allegramente sui 40 miliardi di euro), con una scarsa esposizione internazionale e un business domestico penalizzato da margini in declino; sugli sgradevoli strascichi giudiziari della precedente gestione (dossier illegali in primis); sulla fantasiosa composizione del nocciolo di controllo. Per uno che aveva ricoperto la poltrona di vertice in Eni (ed era passato indenne attraverso Mani Pulite), evidentemente il compito doveva essere apparso un gioco da ragazzi. Lo aveva detto chiaramente: “Non posso permettermi di non portare a termine un progetto in cui credo moltissimo».

Eppure, nonostante le promesse e le affermazioni ottimistiche, la grande rivincita è rimasta un desiderio sbiadito sullo sfondo. Certo, nel frattempo c’è stato il crac di Lehman Brothers che con le sue scosse telluriche ha squassato i fragili equilibri del sistema finanziario. E la fiammata dei rendimenti dei titoli di stato italiani, pessima condizione per gruppi indebitati ed esposti a livello domestico. Ma a guardare bene è sulla gestione che la partita è stata giocata con troppa cautela.
Bernabè si era portato dietro alcuni fedelissimi (alcuni nel frattempo non sono più tali), ne ha tenuti altri cresciuti sotto Tronchetti (Luca Luciani e Marco Patuano, oggi ceo, in primis). Per il resto non ha portato grandi rivoluzioni all’interno del gruppo, in parte perché frenato dagli azionisti. Non è mai stato varato un aumento di capitale e si è preferito non calcare la mano su acune scelte difficili (per esempio le azioni di responsabilità nei confronti del precedente management) che avrebbero dato anche all’esterno il segnale di una svolta. Per carità, qualche risultato è stato raggiunto: l’impegno sulla riduzione del debito è stato costante e le attività brasiliane, l’unico driver di crescita di Telecom Italia, hanno aumentato il proprio peso. Ma cambi di direzione non se ne sono visti. Il carrozzone si è rivelato decisamente difficile da riformare.

Tutto questo non si è riverberato soltanto sulle quotazioni del titolo Telecom Italia, ma ha avuto anche riflessi all’interno. A un certo punto si era coagulato un certo scontento degli azionisti di controllo su Bernabè: nel 2011, alla vigilia del rinnovo del board, si vociferava che i malumori in azionariato avrebbero potuto portare un cambio di amministratore delegato. Ma in zona Cesarini il top manager aveva saputo riconquistare il suo potere negoziale e, in beffa alle previsioni di chi lo davano per spacciato, si era fatto nominare presidente (ma con deleghe ampie, in pratica una figura analoga al pdg di stampo francese), con Marco Patuano nominato ad (ma fino a ieri non chief executive officer, ceo, bensì chief operating officer, coo, sotto la guida proprio di Bernabè).

Alla terza caduta in disgrazia però non è stato più tempo di giochi di prestigio: i problemi non sono più rinviabili, se mai lo fossero stati. Bernabè, con un certo ritardo, ha cercato di fare la voce grossa reclamando un aumento di capitale, e su questa partita ha nuovamente perso. E la sua parabola nel gruppo telefonico – con una prima sconfitta di fronte a un’Opa sostenuta dalla politica, una seconda sventata in zona Cesarini nel 2011 ma forse soltanto rinviata, fino a ieri, giorno della sua capitolazione – altro non è che il riflesso della parabola di Telecom Italia.

Un gruppo irrecuperabile, nonostante le buone intenzioni (anche perché queste buone intenzioni non sono sorrette da azioni coerenti). Il destino, già scritto da anni, di una Telecom che finisce nelle mani di Telefonica (a prezzi di sconto e senza passare dal mercato) non è nemmeno l’aspetto più importante del problema. Ciò che preoccupa è lo spettro di un ulteriore downgrade del merito di credito, il fatto che il gruppo ha una debole esposizione internazionale (sono rimasti solo Tim Brasil e Telecom Argentina), nonché una bassa qualità della linea fissa in virtù dei miserrimi investimenti fatti finora. Anche se il passaggio del controllo da un soggetto finanziario a un player industriale in teoria è un fattore positivo, Telefonica è pesantemente indebitata, quindi non può fare in Telecom gli investimenti necessari per il rilancio. Si rischia di perpetuare il circolo vizioso, fino all’esaurimento del valore dell’azienda.

Ma non è mica colpa di Telefonica. La distruzione è stata avviata anni fa, quando la leva veniva utilizzata in maniera disinvolta e l’essere indebitati, ripetevano gli analisti, era un fattore “di flessibilità finanziaria”. Quel debito ha portato a pesanti dismissioni e zero investimenti: mentre gli altri gruppi crescevano all’estero, Telecom diventava più domestica. E nel frattempo restava ostaggio di passaggi di proprietà fuori e danno del mercato, con le catene di controllo che consentivano agli azionisti di controllo di dettare legge sul management con investimenti ridotti. Senza preoccuparsi troppo dell’azienda che va così così, del titolo che sprofonda, perché i capitali spesi non sono poi così tanti da indurre a unatteggiamento responsabile.

E perché tanto poi alla fine comprano gli spagnoli.

Azione di responsabilità is the new black

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«Abbiamo valutato che nell’interesse sociale di Fonsai fosse necessario e opportuno votare a favore dell’azione di responsabilità». Carlo Cimbri, ad Unipol e Fonsai

I copioni scontati sono sempre odiosi. Sentire un top manager italiano esprimersi in questo modo non sarebbe stato cosa scontata appena qualche mese fa, quando la parola che maggiormente teneva banco sulle cronache finanziarie era “manleva” e sulle azioni di responsabilità si registrava un tasso di ipocrisia stellare. Erano i tempi della manleva ai Ligresti, manleva all’ex management di una Seat Pagine Gialle salvata con una complessa ristrutturazione finanziaria (cui a distanza di pochi mesi è seguito il filing per un concordato preventivo, ma questa è un’altra storia), i tempi della straordinaria mossa pilatesca del cda Telecom sulle azioni di responsabilità (ovviamente mai avviate) nei confronti degli ex vertici Carlo Buora e Riccardo Ruggiero. In cui a volte addirittura le azioni di responsabilità venivano deliberate e poi revocate (Kr Energy).

E invece oggi, cambiata la stagione, la manleva è out, l’azione di responsabilità è in.

Tra i primi ad adeguarsi alla nuova moda i tipi di Mps, che in piena febbre da pulizie in casa hanno avviato azioni di responsabilità e risarcitorie nei confronti dell’ex numero uno Giuseppe Mussari, dell’ex dg Antonio Vigni e di Nomura e Deutsche Bank. E ora Cimbri, che dice che l’accordo sulla manleva concessa ai Ligresti ai tempi delle trattative sul matrimonio Unipol-Fonsai non ha efficacia «di fronte a questa fattispecie» (l’azione di responsabilità, appunto). Evvai.

Chissà come andrà a finire. In ogni caso, una volta tanto è bello credere che chi ha gestito male e ha portato società sull’orlo del dissesto potrebbe pagare per i propri errori. E’ un’illusione edificante. Almeno fino a che non passa la moda.

 

Azioni di responsabilità, Telecom come Ponzio Pilato: il cda se ne lava le mani

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Tipi strani, i consiglieri Telecom. Ieri pomeriggio, il cda chiamato a decidere su eventuali azioni di responsabilità nei confronti di Riccardo Ruggiero (ex ad) e Carlo Buora (ex vicepresidente) ha preferito compiere una scelta pilatesca. Quella di cambiare l’ordine del giorno dell’assemblea in agenda per il prossimo 18 ottobre e chiedere, anziché l’approvazione sulle azioni di responsabilità, quella sulle proposte di transazione presentate dagli ex vertici. Le proposte prevedono che Buora paghi al gruppo un milione di euro (per le vicende relative alla security) e Ruggiero un milione e mezzo (per la faccenda delle SIM false, per la quale il manager è stato peraltro rinviato a giudizio in un procedimento penale).
Questo vuol dire che, dopo la prescrizione della possibilità di agire contro l’ex numero uno Marco Tronchetti Provera, che tanto aveva indisposto i piccoli azionisti, non ci saranno conseguenze nemmeno per Buora e Ruggiero (a parte l’alleggerimento del portafoglio, ovviamente)?
Non è affatto detto. Perché il cda ha contestualmente deciso che, se sulle transazioni dovesse arrivare voto contrario da parte di un numero di azionisti che corrisponda almeno al 5% del capitale sociale, si procederà “in via subordinata” alle azioni di responsabilità.
Suvvia, un 5% di azionisti imbufaliti non sono così difficili da trovare: solo con i fondi sopra il 2%, Blackrock e AllianceBernstein, si arriva a ridosso di questa soglia. Possiamo quindi ipotizzare che le possibilità che l’azione si faccia sono abbastanza elevate.
E allora perché deliberare a favore delle transazioni? Decidere subito di chiedere all’assemblea un placet alle azioni di responsabilità sarebbe stata una mossa più dignitosa, davanti al mercato, tanto più dopo le polemiche suscitate in passato dalla scelta di non prendere posizione contro gli ex vertici.
E poi vorrei proprio sapere cosa se ne fa Telecom di due milioni e mezzo di euro: una cifra che è argent de poche per un gruppo che ha appena collocato un bond da un miliardo, per dire. Suggerisce che ci siano ulteriori ragioni, non economiche, per accettare quelle due misere lirette.
Ammesso che il prezzo sia quello giusto, visto che secondo quanto dice Asati i costi accertati (rapporto Deloitte) per gli illeciti compiuti nella passata gestione sono ammontati a 120 milioni di euro. Insomma, se almeno il 5% degli azionisti dovesse avere una calcolatrice, per Buora e Ruggiero potrebbe non mettersi bene.

Tutti a chiedere manleva. Un po’ di autocritica?

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Fa specie apprendere che i fondi di private equity che attualmente – e ancora per poco – costituiscono il nucleo azionario di controllo di Seat Pagine Gialle si apprestano a chiedere all’assemblea la manleva per il cda.

Cvc, Permira e Investitori Associati, secondo quanto riferisce l’agenzia Radiocor riportando il contenuto di un documento per l’assemblea, chiederanno di adottare «sia il più ampio scarico di responsabilità, sia le opportune manleve a favore dei componenti degli organi sociali di Seat che hanno il merito di aver messo in sicurezza la società e di aver operato a tutela degli interessi dei vari stakeholder».

Ricordiamo che Seat, un’azienda fondamentalmente sana, stava per affondare sotto il peso dei debiti accumulati dai vari passaggi di mano tra gli azionisti.

E ricordiamo anche che non si è mai sentito tanto parlare di manleva come in questo periodo: è stata nominata all’assemblea Telecom (in quel caso per negare che fosse stata attribuita a Luca Luciani, che è appena stato rinviato a giudizio per la vicenda delle sim false), si è parlato in lungo in largo della manleva che la Consob non vuole venga riconosciuta alla famiglia Ligresti per dare a Unipol l’esenzione dall’Opa su FonSai, e ora salta fuori la manleva pretesa dai fondi azionisti di Seat a favore dei consiglieri da loro espressi in cda.

Eppure, in un momento in cui la crisi azzanna i mercati e le imprese, in cui i risparmiatori assistono impotenti all’erosione del valore rei propri investimenti in Borsa, in cui finalmente si comincia a parlare con minore timidezza della malagestione che ha trascinato alcuni gruppi quotati sull’orlo del baratro, sarebbe il caso che qualcuno si assumesse le proprie responsabilità.
Possibile che nulla sia mai colpa di nessuno?

Telecom Italia, un anno passato inutilmente. Ancora sul rapporto Deloitte

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Pensavamo che quest’anno l’assemblea di Telecom Italia – archiviati i tempi d’oro in cui era addirittura intervenuto Beppe Grillo, a beneficio dei tiggì dell’una – non avrebbe regalato emozioni ai giornalisti. E invece, i vertici del gruppo stamane hanno annunciato a sorpresa l’avvio dell’azione di responsabilità nei confronti di Riccardo Ruggiero, ex amministratore delegato del gruppo, e dell’ex vicepresidente Carlo Buora. Più precisamente, «ha posto in essere un atto interruttivo della prescrizione, propedeutico all’esercizio dell’azione sociale di responsabilità, che sarà inserita all’ordine del giorno in apposita assemblea» nei confronti di Buora per la vicenda della security e di Ruggiero per le sim false.

Nessuna misura nei confronti di Marco Tronchetti Provera. Come si legge in questo articolo di Paolo Biondani pubblicato sull’Espresso di questa settimana, i termini nei confronti dell’ex presidente si sarebbero prescritti nel settembre 2011, cinque anni dopo le dimissioni. Lo ha detto anche Franco Lombardi di Asati in assemblea, nessuno lo ha smentito.

Quello che è strano è che un anno fa qualche pezzo del rapporto Deloitte era filtrato. E quei piccoli pezzi, che avevo avuto modo di leggere, non dicevano granché: sembrava anzi che alla Deloitte non fosse stato possibile fare delle indagini invasive, e che l’esito di tali indagini non avesse fatto emergere elementi a favore di un’azione di responsabilità nei confronti degli ex manager.

Un’ipotesi avvalorata dalla risposta del cda alla richiesta di un’azione di responsabilità: tutti contrari, con l’unica voce dissenziente rappresentata dal consigliere indipendente Luigi Zingales, che però non aveva votato a favore dell’azione ma si era limitato ad astenersi.

A distanza di un anno, grazie all’articolo di Biondani – che evidentemente ha potuto consultare l’intero rapporto Deloitte e non solo delle piccole parti di esso poco rappresentative del tutto – viene fuori che gli elementi per l’azione c’erano. Tanto che  il rapporto è stato messo agli atti delle indagini della Procura di Milano, che ha recentemente chiuso l’inchiesta sulle sim false (per la quale è già caduta, il 5 maggio scorso, la testa di Luca Luciani)

Un anno è passato inutilmente, e nel corso di quest’anno i termini per l’azione nei confronti di uno dei top manager si sono prescritti. Un po’ dispiace di essere stati presi in giro.

Il senso di Franco per la poltrona

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Qualcosa bolle  in pentola per il presidente e ceo di Telecom Italia, Franco Bernabè? L’argomento non sembra tra i più caldi in un momento in cui le cronache finanziarie sono monopolizzate dall’affaire FonSai, ma vale comunque una riflessione, quanto meno per una serie di circostanze che hanno acceso la mia curiosità.

La prima è stata la sua partecipazione a Ballarò e l’intervento in difesa dell’art. 18. Il top manager non è tra gli  habitué del salotto di Floris e in generale non ama la sovraesposizione mediatica (durante i primi tempi del suo secondo approdo in Telecom Italia aveva imposto all’ufficio stampa un profilo talmente riservato che era diventato difficile perfino sapere a che ora si sarebbero svolti i cda). E il suo discorso sulle criticità del mercato del lavoro – piccola parentesi: in Telecom in questo momento vigono i contratti di solidarietà  – aveva una nota inusuale rispetto alla retorica bernabiana, che alle perversioni retropensieristiche della sottoscritta suonava come la ricerca di un endorsement politico. Visto che il board di Telecom è stato rinnovato solo lo scorso anno, mi sono chiesta: è saltata fuori qualche nuova poltrona appetibile negli ultimi giorni?

La seconda circostanza curiosa è stata la lettura di un articolo di Francesco Bei su Repubblica che ventila la possibilità che il governo di Mario Monti stia valutando la candidatura di Bernabè, in alternativa a quella di Claudio Cappon, per sostituire il dg della Rai Lorenza Lei nell’ottica di una più ampia riforma della governance della televisione pubblica, per la quale la bruttezza di quest’ultimo festival di Sanremo e le polemiche su Adriano Celentano sono solo la punta del’iceberg.

Una serie di voci, rigorosamente non confermate, hanno ulteriormente alimentato le mie curiosità. Si dice infatti che Bernabè ci sia rimasto male quando Mario Monti ha messo in piedi il suo governo di tecnici e supermanager senza dargli nemmeno un colpo di telefono. In fondo lui è un ex boiardo di stato, ex banchiere, top manager stimato, abituato a muoversi in acque tempestose e spesso chiamato a mettere una pezza sui casini fatti da altri.

Non a caso, si dice anche che gli abbiano offerto lo scranno in Finmeccanica, dove anche la poltrona di Orsi – che dopo l’uscita di scena di Guarguaglini somma il ruolo di presidente a quello di ad – sembra traballare per l’eccessiva contiguità con la precedente presidenza. Bernabè avrebbe rifiutato: la situazione è decisamente spinosa dopo gli scandali che hanno colpito il colosso della difesa, e il top manager deve aver pensato che non sia saggio infilarci il naso.

Anche perché l’esperienza Telecom gli ha certamente insegnato che certi carrozzoni sono difficili da riformare. E dire che al suo debutto (bis, la prima volta che aveva guidato la compagnia telefonica era finita con Colaninno e i capitani coraggiosi che gli sfilavano la poltrona) aveva ben sperato di poter far tornare Telecom ai vecchi fasti: come si può leggere in questo mio vecchio articolo,  aveva fatto tante promesse al mercato, vaticinando l’apprezzamento delle azioni e il  ritorno alla crescita esterna. Il copione, come sappiamo, è stato ben diverso.

Il titolo langue oggi a 0,81 euro (viaggiava intorno ai 2,2  quando Telco ha rilevato il pacchetto in mano alla Olimpia di Marco Tronchetti Provera), anche se è vero che dal punto di vista finanziario la società è molto più solida e ha fatto grandi sforzi per mettere in sicurezza il suo enorme debito. Ma anche questo ha avuto un prezzo: mentre gli altri colossi proseguivano nelle loro campagne espanionistiche, in Telecom le dismissioni sono andate avanti anche nell’era Bernabè (ora oltre all’Italia  gli unici mercati – per quanto interessanti – sono il Brasile e l’Argentina). Senza contare la delusione di chi sperava in azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori della passata gestione, mai avviate (e lo stesso rapporto affidato a Deloitte, di cui ho potuto visionare una parte, mi è parso un’occasione sprecata: gli esperti di Deloitte hanno avuto molte limitazioni nella ricerca, si tratta più o meno di una collezione di aspetti già inseriti negli atti giudiziari).

Un bilancio in chiaroscuro, in definitiva. Forse per questo Bernabè adesso potrebbe avere interesse a lanciarsi in nuove, più stimolanti, avventure.