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Telecom aveva in mano il mondo, ora diventa un gruppo domestico

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Si vende, non si vende, si vende… Appena pochi giorni dopo una conferenza stampa in cui voleva far chiaramente capire che Telecom Italia non avrebbe venduto Tim Brasil (e che il cda non era radiocomandato da Telefonica), l’ad Marco Patuano avrebbe ammorbidito la posizione.

Quando sul tavolo c’è un’offerta con un buon prezzo – avrebbe detto in sostanza il top manager – nessun asset è indispensabile (anche se dirlo nei giorni in cui si discute della cessione lampo di Telecom Argentina può innescare qualche alzata di sopracciglio).

L’informazione è di seconda mano ma viene da fonte qualificata. A riferire le parole dell’ad è stato Michele Azzola della Slc Cgil, dopo un incontro di quattro ore tra Patuano e i sindacati. Anche senza il messaggio recapitato dal sindacalista, che su Tim Brasil la strada potesse essere quella della cessione lo si era intuito anche da altri indizi. In primo luogo dalle indicazioni degli analisti, che spesso e volentieri redigono i loro report dopo aver fatto quattro chiacchiere con i vertici delle società, che la scorsa settimana sono stati impegnati all’estero in un roadshow con gli investitori.

E proprio oggi una ricerca di Bernstein è tornata a suonare le fanfare della possibile vendita dell’operatore mobile brasiliano, aggiungendo perfino un’indicazione sulla possibile finestra temporale del deal: tra i Mondiali in estate e le elezioni di ottobre, secondo quanto riporta Radiocor. Anche se il Brasile resta strategico, eccetera eccetera.

Senza Argentina e, in prospettiva, senza Brasile, due costanti driver di crescita negli ultimi anni, a Telecom non resta che il mercato domestico, che non gode esattamente di una salute pazzesca.

A tal proposito, vale forse la pena di disseppellire un’intervista del capitano coraggioso Roberto Colaninno rilasciata alla Stampa, a marzo 2001, quando era presidente del gruppo telefonico, poco prima che si consumasse il passaggio di Telecom sotto le insegne di Pirelli. «Il futuro è questo: per Telecom meno Italia e più estero», disse Colaninno. E ancora: «La proiezione internazionale è il cuore della strategia della Telecom Italia per il 2001» e «la Telecom avrà le radici in Italia, ma sarà una multinazionale che cercherà più spazio all’estero. Aumenterà il peso del fatturato internazionale»; infine, «Sud America e Mediterraneo, insieme ad alcune aree europee (Austria, Balcani e Spagna) sono al centro delle nostre attenzioni». Certo, la situazione debitoria già allora era ben pesante, e questo spiega in gran parte le dismissioni successive delle controllate estere. Ma restano i dati che raffrontano la Telecom che fu e quella che è, e sono impressionanti.

Nel 2001, si legge nel libro di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons “L’affare Telecom”, solo in Europa il gruppo di tlc controllava attività in Spagna, Francia, Austria, Repubblica Ceca, Grecia e Serbia. A queste si aggiungevano i business  in Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Cuba, Perù, Venezuela, Israele e Turchia. Alla fine dell’anno prossimo, la presenza estera potrebbe essere a zero.

*Integrazione: alle 20,09, pochi istanti dopo la pubblicazione di questo post Telecom Italia ha diffuso un comunicato stampa relativo all’incontro con i sindacati.

Nel comunicato si legge che: “Sul piano internazionale, l’Amministratore Delegato di Telecom Italia ha confermato la strategicità del Brasile che continua a rappresentare per Telecom Italia un mercato core. “Tim Brasil è un attivo strategico del Gruppo dove vogliamo continuare a crescere e aumentare i nostri investimenti. In Brasile, si continuerà a valorizzare la componente tradizionale basata sulla Voce, accelerando al contempo sul segmento Dati attraverso lo sviluppo delle infrastrutture 3G e 4G. I Capex sull’arco di Piano saranno superiori a 11 miliardi di reais”, ha detto Patuano”.

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